sfrattata dalla casa popolare ragazzina colta da epilessia, aveva trovato lavoro in una impresa, di pulizie ma i soldi non bastavano


- TORINO - Quando l’ufficiale giudi­ziario ha presentato il conto, annunciando lo sfratto come improrogabile, Jessica si è sentita male. Un attacco epi­lettico al solo sentir pronun­ciare la parola « comunità » , dove sarebbe tornata insieme al bambino che porta in grem­bo da due mesi. Facendole tor­nare alla mente il ricordo di un trauma difficile da dimen­ticare, già vissuto insieme alla mamma, Clelia, e alla sorelli­na di quattro anni. L’indigen ­za. Ricordo che, ieri mattina, ha bussato di nuovo alla por­ta.
Non ci fosse lo stipendio di papà Massimo, seicento euro con cui allevare da dicianno­ve giorni anche l’ultimo figlio arrivato, i tecnici incaricati dall’Atc avrebbero cambiato la serratura. Un mese di proro­ga, invece, dietro il pagamen­to di una piccola quota del debito che ora resta di seimila euro. Questa l’ultima decisio­ne del presidente Ardito.
«Questo è un esempio da ma­nuale di mancata assegnazio­ne di una alloggio popolare ­spiega il presidente dell’Atc ­. Una famiglia con un reddito così basso dovrebbe entrare di diritto nell’edilizia popolare, non essere orientata verso un contratto privatistico con un canone, che, per quanto cal­mierato, è superiore alle capa­cità di sostenerlo». Bastereb­bero, a conti fatti, cinquecento case popolari in più all’anno per tamponare un fenomeno che rischia di allargarsi.
La storia di Massimo Vitale e la sua famiglia sembrava ini­ziare con i migliori auspici, tre anni fa. «Avevamo affittato un alloggio in corso Mortara, tra­mite Locare, il servizio del Co­mune che garantisce contratti calmierati - racconta Massimo -. Prima mia moglie e i miei figli stavano in comunità, io mi arrangiavo come potevo». Nel frattempo, la telefonata tanto attesa, anche per chi all’epoca doveva arrangiarsi con un sussidio di circa tre­cento euro. «Abbiamo firmato il contratto, io ho trovato lavo­ro in un’impresa di pulizie - continua -. I soldi, però, non sono bastati mai e non ce l’ab­biamo fatta a pagare ogni me­se. Nemmeno i servizi sociali sono riusciti ad aiutarci più di tanto, non ce la faremmo ades­so a ritrovarci di nuovo sepa­rati, con le mie figlie e mia moglie in comunità. Un’altra volta».

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